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Lacco Ameno

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Il passato, partendo dalla nostra ultra millenaria storia, le cui vestigia sono conservate nel Museo di Pithecusae situato nello stupendo scenario della Villa Arbusto, e nel Museo degli Scavi di Santa Restituta. Il reperto più illustre, la Coppa di Nestore, il cui profilo stilizzato è posto al centro dello stemma della nostra Associazione, non rappresenta solo un episodio omerico, ma il punto di partenza della cultura greca in Italia, essendovi riportata un'iscrizione poetica che è il documento più antico scritto in lingua greca.

Il presente, nella veste delle nostre tradizioni, che hanno caratterizzato (ed in qualche misura caratterizzano ancora) la vita del paese, impegnandoci nella conservazione, nella divulgazione e nella trasmissione di esse alla generazione futura.

Il futuro, ovvero cura del nostro Ambiente, che è il patrimonio più importante che possediamo, trasmettendo ai giovani l’importanza della sua tutela. A chi si avvicina ad Ischia via mare non sarà certamente sfuggito il “profilo” verde della nostra Isola, che tuttora resta la cifra caratterizzante del nostro territorio.

L'enogastronomia della nostra terra, che è il risultato di un formidabile connubio tra cielo, mare e terra, laddove le forti tradizioni marinare si sposano alle altrettanto forti tradizioni contadine dell’isola.

La tradizionale accoglienza, affabilità e amore per l’Ospite, caratteristiche che hanno fatto amare l’Isola ancor più dei suoi meravigliosi scorci paesaggistici.

Lacco Ameno nella Storia

Arte, Archeologia, Cultura

Statuto

Obbiettivi

Una Storia lunga tre Millenni

Il territorio di Lacco Ameno è sede di un insediamento stabile da più di 2700 anni, collocandosi tra gli abitati più antichi al mondo. Ripercorriamone insieme la trimillenaria storia.

 

Preistoria

1Nel territorio di Lacco Ameno non vi sono molte testimonianze archeologiche appartenenti al Neolitico Medio (intorno al 3500 a.C.), consistenti in due levigatoi di marmo-granito importati, rinvenuti a Monte Vico[II], e non molti oggetti di ossidiana (anch'essa importata) rinvenuti nelle cave di Mezzavia, in Piazza e negli Scavi di S. Restituta. Rare sono anche le tracce relative alla successiva Età del Rame (fine IV sec. a.C. - inizio III millennio a.C.), consistenti in pochi frammenti di scheletro umano, due grandi vasi globulari ed un raschiatoio sfaccettato, provenienti da un sepolcro, scavato nella pietra vulcanica e rinvenuto nei giardini di Villa Arbusto[II]. E’ più che plausibile pensare che questo sepolcro non sia un caso isolato, ma dovesse far parte di un sepolcreto, le cui tombe potrebbero essere andate distrutte, essere state occultate da costruzioni successive o essere tuttora rinvenibili. Se dunque c’era un sepolcreto, è chiaro che dovesse esserci anche un piccolo abitato.

Successivamente, abbiamo un ben più cospicuo insediamento sulla collina di Monte Vico ed in località Mazzola risalente all’Età del Bronzo Medio (1400-1300 a.C.), testimoniato da numerosi frammenti di ceramica. A differenza dei coevi insediamenti di Castiglione (Casamicciola Terme) e Vivara, non abbiamo ad oggi frammenti di ceramica micenea, sebbene non è detto che questa lacuna nell’evidenza archeologica sia dovuta alla casualità delle scoperte archeologiche. Non si segnalano invece testimonianze riguardanti l’Età del Ferro preellenico (X sec. a.C. - inizio VIII sec. a.C.), ben testimoniato dal sito di Castiglione a Casamicciola.

 

L’età d’oro: la nascita e la fioritura di Pithekoussai (VIII sec. a.C.)

2Come riferiscono il geografo greco Strabone ed il celebre storico latino Tito Livio, entrambi di età augustea, i coloni greci provenienti dall’isola di Eubea (in particolare dalle città di Calcide ed Eretria) approdarono intorno al 770 a.C. e fondarono la gloriosa Pithekoussai, la più antica colonia greca d’Occidente. Sin dall’antichità gli studiosi, nel cercare di capire quale fosse l’etimologia più corretta, si sono divisi tra chi sosteneva che il toponimo derivasse da pithekos, ovvero “scimmia” (come l’alessandrino Xenagora), riconnettendolo alla mitologia, e chi da pithos (Plinio il Vecchio), ossia “orcio”, in riferimento alla florida industria della ceramica locale (etimologia più supportata archeologicamente).

I coloni realizzarono la loro acropoli sull’altura di Monte Vico, chiaramente strategica, ben difesa da balze rocciose, fornita di approdi da entrambi i lati e di un’ampia superficie semi-pianeggiante sulla sommità. Impiantarono la loro necropoli nella valle di S. Montano ed un quartiere suburbano nell’area di Mezzavia con tanto di area di lavorazione metallurgica in località Mazzola. La scoperta di una fornace circolare (che recenti studi hanno confermato potersi datare nella seconda metà dell’VIII sec. a.C.) nell’area dell’attuale municipio, durante gli scavi diretti da Don Pietro Monti negli anni ‘70, ha suggerito che probabilmente vi dovevano essere delle fornaci nell’area di Piazza S. Restituta fin dai primordi della colonia. I siti archeologici di Monte Vico e di San Montano erano già stati individuati a fine ‘700 dal dotto locale Francesco De Siano, ma per avere veri e propri scavi sistematici dobbiamo aspettare gli anni ‘50 del secolo scorso con i grandiosi scavi di Giorgio Buchner, che portarono alla luce circa 1300 tombe nella necropoli di S. Montano (Buchner preferì scavare nella necropoli in considerazione del fatto che il sito dell’acropoli era stato già sconvolto da secoli di sfruttamento agricolo), e rivelarono lo scarico dell’acropoli di Monte Vico e parte dell’interessantissimo sito di Mazzola. Buona parte dei reperti proveniva dai corredi funerari della necropoli di S. Montano (intatti in quanto non violati dai tombaroli, perché i reperti erano stati consunti dal calore delle fumarole), dove tra la metà dell’VIII e la prima metà del IV sec. a.C. si praticavano la cremazione per i defunti adulti, l’inumazione per i bambini e per gli elementi di ceto medio basso e la tipologia ad enchytrismos (in anfore e chytrai) per i neonati. Decenni di ottimi scavi di Buchner misero in luce come Pithekoussai nella seconda metà dell’VIII sec. a.C. fosse prosperata grazie ai commerci ed alle floride attività artigianali, come la lavorazione dell’argilla locale per modellare ceramiche di pregio (alcuni veri e propri capolavori come il famoso Cratere del Naufragio o come il Vaso delle Parche) e la lavorazione dei metalli, del ferro, del bronzo e dei metalli preziosi (oro ed argento).

Pithekoussai vantava un certo grado d’organizzazione e di sviluppo urbano, nonché una notevole popolazione (per l'epoca), quantificabile secondo Osborne tra i 5.000 e i 10.000 abitanti[IV]. Il centro era stato fondato così a nord perché ai greci euboici dell’epoca interessava essere più vicini possibili agli Etruschi, cui fornire prodotti di pregio sia orientali che pitecusani in cambio di materie prime, come il ferro dell’isola d’Elba. Analoghi scambi avvenivano con le popolazioni indigene dell’entroterra campano come gli Osci della valle del Sarno, per gli approvvigionamenti alimentari (frumento e carni bovine). In entrambi i contesti è testimoniato che oggetto di scambio non erano solo le materie prime ed i prodotti, ma anche le competenze tecniche: si ipotizza infatti che alcuni ceramisti pithecusani sarebbero andati in Etruria e altrove ad insegnare ai locali l’arte di decorare i vasi con tecniche greche (infatti in alcuni centri etruschi sono attestate produzioni in argilla locale decorate con la medesima tecnica e con i medesimi motivi della ceramica pithecusana): insomma, mutuavano le proprie competenze in cambio di materie prime indigene.

Pithekoussai ha dunque dato inizio al fondamentale processo di acculturazione dei popoli italici con la trasmissione di numerose innovazioni culturali (la conoscenza della scrittura alfabetica, l’uso del tornio, il consumo del vino, l’urbanesimo), che è alla base della formazione della cultura occidentale. Inoltre, dovettero esservi con ogni probabilità numerosi matrimoni misti tra pithecusani ed indigeni, dato che il contingente iniziale dei coloni era prevalentemente maschile. Le testimonianze archeologiche hanno attestato la presenza di un nucleo di meteci (ovvero stranieri) orientali venuti a vivere all’interno della colonia greca. Si presentava come una città notevolmente colta: non è un caso che del totale delle 70 epigrafi greche alfabetiche più antiche (ultimo quarto dell’VIII sec. a. C.) ben 35 siano state rinvenute negli scavi pithecusani; inoltre la necropoli di S. Montano ci ha restituito uno straordinario documento della civiltà letteraria greca: la famosa Coppa di Nestore, che con i suoi tre versi, rappresenta una delle più antiche testimonianze della scrittura greca alfabetica e la più antica attestazione della conoscenza dei poemi omerici, dato che il testo inciso contiene una chiara parodia della vera Coppa di Nestore, descritta da Omero nell’undicesimo canto dell’Iliade. In aggiunta, dal sito di Mazzola proviene la più antica firma di artista del mondo greco: un frammento di cratere locale di fine VIII sec. a.C. con su scritto inos m’epoiese (“Inos mi fece”), formula del vaso parlante.

Fino a pochi decenni fa Pithekoussai era ritenuta un semplice emporion, cioè un insediamento prettamente commerciale ed artigianale, mentre negli ultimi venti anni le scoperte del sito archeologico di Punta Chiarito (nella frazione di Panza nel comune di Forio) hanno messo in discussione questo concetto, in quanto in questo sito sono emerse le tracce di una fase databile alla seconda metà dell’VIII sec. a.C., dove è testimoniato un intenso sfruttamento agricolo del suolo in un'area ben distante dalla città principale a Monte Vico, e ciò lascia pensare che tutto il suolo dell'isola fosse sfruttato in modo simile. Se dunque Pithekoussai aveva questa caratteristica, doveva essere una vera e propria colonia di popolamento seppur con vocazione artigianale e commerciale, piuttosto che un semplice emporion.

Per importanza sia a livello economico che culturale, il primo periodo coloniale è stato sicuramente il più luminoso della storia di questo luogo, periodo in cui il territorio di Lacco Ameno ha goduto di una assoluta centralità nella storia non solo dell’Isola d’Ischia, ma dell’intera penisola italiana.

 

Periodo Arcaico e Classico (VII sec. a.C. - Metà IV sec. a.C.)

3Nei primi anni del VII sec. a.C. Pithekoussai subisce una serie di sconvolgimenti naturali come frane ed eruzioni, che spingono buona parte della popolazione a spostarsi sul continente, soprattutto nella prospiciente città di Cuma, fondata una quarantina d’anni dopo Pithekoussai, causando un decremento della popolazione, il conseguente declino ed infine l’affermazione di Cuma come centro egemone, per cui da questo momento fino alla prima metà del V sec. a.C. Pithekoussai sarà una dipendenza di Cuma.

In seguito, verso la prima metà del VI sec. a.C., si assiste ad una forte ripresa di Pithekoussai, che vedrà l’edificazione di numerosi templi, caratterizzati da pregevoli terrecotte architettoniche dai colori sgargianti, sia a Monte Vico che in altre zone più periferiche come località Pastola, dove è emersa una stipe probabilmente votiva con un bel gruppo in terracotta di due muli con carretto. Di questi templi, a causa dello sfruttamento agricolo del suolo durante il Medioevo, non è rimasto nulla se non numerosi frammenti di terrecotte architettoniche e tre blocchi del basamento di un tempio visibili in un muretto a secco nell’area a nord-est dell’altura di Monte Vico. Le terrecotte architettoniche erano prodotte sempre sull’isola, che non ha smesso mai di essere un fiorente centro di vasai, tanto che addirittura si pensa che i prototipi delle terrecotte architettoniche di Cuma fossero pithecusani.

Il sacerdote-archeologo Pietro Monti riferisce che l’attuale grotta della tonnara, (sita dietro l’Albergo della Regina Isabella) doveva essere in questo periodo un antro consacrato ad Apollo, connesso tramite un cunicolo attualmente murato con un sovrastante tempio[II].

Le fonti storiche come Strabone riferiscono che prima della battaglia campale di Cuma, in cui si affrontarono Greci (in primis siracusani di Gerone) ed Etruschi, un contingente siracusano, di cui non abbiamo tracce archeologiche, sarebbe rimasto sull’isola di Pithekoussai per qualche anno, così che Gerone ottenne l’isola dai cumani. Dopo poco tempo, spaventati da turbolenze vulcaniche, i Siracusani lasciarono l’isola a vantaggio degli abitanti di Neapolis, così che l’isola, essendo sotto il controllo di Neapolis e non più di Cuma, scampò all’oscizzazione forzata toccata a Cuma con la conquista sannitica del 421 a.C., rimanendo baluardo di cultura ellenica.

 

Periodo Ellenistico e Romano (Fine IV sec. a.C. - V sec. d.C.)

4Nel 326 a.C. Neapolis viene conquistata dai romani così che anche Pithekoussai passa sotto il controllo romano, sebbene, come Neapolis, rimarrà in questi secoli pienamente greca. In questo periodo Pithekoussai mostra segni di forte vitalità economica grazie alla sua fiorente industria della ceramica, che in questi anni produce ceramica campana a vernice nera, anfore dette del tipo “greco-italico”. Sotto la basilica di S. Restituta e l’edificio municipale, gli scavi di Don Pietro Monti hanno portato alla luce ben 4 fornaci d’età ellenistica ben conservate assieme ad un laboratorio. Segni di un discreto benessere economico sono le anfore rodie (ovvero dell’Isola di Rodi) attestanti il consumo di vino rodio e orci spagnoli, testimonianza del consumo di miele iberico.

A questo periodo risalgono interessanti iscrizioni: una, perduta, rinvenuta nel ‘600 presso la Torre di Monte Vico attestante la costruzione di un muro da parte di due arconti napoletani; un’altra su una base di trachite d’età ellenistica, consistente in una dedica ad Aristeo, divinità prettamente euboica legata all’agricoltura. In questo periodo viene abbandonato il rito della cremazione, sostituito dal rito dell’inumazione in grandi tombe familiari costruite con grandi blocchi di tufo.

Riguardo alla fine della città greca su Monte Vico, che sulla base dei dati archeologici cessa di esistere almeno durante la prima metà del I sec. a.C., probabilmente dovette accadere che Silla, dopo aver conquistato Napoli con la forza, si impossessò dell’isola e si vendicò dell’aiuto dato dai pithecusani a Mario, che fu da essi ospitato probabilmente nel ninfeo presso l’attuale spiaggia di Varulo, ed ordinò la distruzione della gloriosa cittadella.

Secondo Buchner, il passaggio dal toponimo greco dell’isola Pithekoussai a quello romano Aenaria (probabilmente da Enea, che secondo la leggenda vi sarebbe passato) sarebbe probabilmente da leggere in chiave punitiva[I]. Dopo questa romanizzazione forzata e violenta l’isola tornò possesso di Neapolis nel 29 a.C., in quanto Augusto volle prendere per sé Capri ed offrì come oggetto di scambio ai napoletani l’isola di Aenaria. L’abitato si spostò con ogni probabilità ai piedi di Monte Vico, presso l’attuale Piazza di S. Restituta, dove negli scavi omonimi sono emerse le tracce di abitazioni romane e di strutture che secondo Pietro Monti dovevano appartenere ad una palestra e ad un tempio di culto panteistico. Almeno fino al II sec. d.C. si continuò a seppellire i defunti nella necropoli di San Montano, per lo più in tombe fatte con tegoli e coppi di riuso, oltre che con la classica tipologia ad enchytrismos. Secondo Pietro Monti, villette ed altre strutture in età romana avrebbero punteggiato gran parte del territorio lacchese[II], sebbene l’isola d’Ischia a causa delle sue turbolenze vulcaniche in questo periodo non fosse meta di villeggiatura aristocratica.

Un cippo onorifico in greco datato al 154 d.C., rinvenuto nell’area di S. Restituta e tutt’oggi conservato nel sagrato della chiesa, attesta che una ragazza locale chiamata Seia Spes vinse una gara di corsa nei giochi isolimpici di Napoli. Quindi probabilmente, nel II sec. d.C., nonostante tutto, le popolazioni residenti nel territorio lacchese dovevano essere ancora in buona parte di cultura greca, come del resto Neapolis. Anche in epoca romana a Lacco Ameno dovevano esserci ancora fabbriche di ceramica, in quanto Don Pietro Monti ci riferisce che nei pressi di Via Messer Onofrio durante lavori privati consistenti in uno sterro sono emerse tracce di scarti di fornaci risalenti a questo periodo[III].

Il centro abitato più importante dell’età romana nell’isola d’Ischia sarà non più nell’odierno territorio di Lacco Ameno ma presso Ischia Ponte nell’area oggi detta “Cartaromana”, dove rinvenimenti episodici passati e scavi recenti hanno messo in luce testimonianze di banchine, fonderie di piombo e abitazioni di pregio.

Successivamente l’area ritenuta da Pietro Monti tempio romano con palestra viene occupata, a partire dal II sec. d.C., da sepolture prima pagane e poi cristiane. Infatti nel IV-V sec. d.C. vi verrà costruita una semplice chiesa a tre navate con annesso battistero. Qui sicuramente nel V sec. d.C. trovarono accoglienza le spoglie della martire tunisina dell’epoca dioclezianea Santa Restituta, nel momento in cui i cattolici dall’odierna Tunisia fuggivano dalle persecuzioni ariane dei Vandali verso il golfo di Napoli, portandosi le spoglie e il culto della martire sull’isola, di cui diverrà patrona. Il testo della passio di santa Restituta del secolo XI riferisce che le spoglie della santa sarebbero giunte in loco qui dicitur Eraclius, espressione per designare l’ex area sacra romana, poi luogo della basilica paleocristiana. Nei sepolcri d’età paleocristiana (uguali per materiali di costruzione a quelli romani) Don Pietro Monti ha rinvenuto lucerne con simboli cristiani, ed a fianco delle stesse sepolture talvolta tracce di banchetti funebri rituali[II].

 

Età Medievale (VI-XV sec. d.C.)

5Dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, l’isola entrò a far parte dei domini bizantini, passando sotto la generica denominazione di insula, da cui in alcuni secoli tramite vari passaggi fonetici si è arrivati all’odierno toponimo Ischia.

Successivamente si susseguirono le dominazioni normanna, sveva, angioina e aragonese. Riguardo l’epoca medioevale non abbiamo moltissime notizie riguardanti il territorio di Lacco Ameno. In vari punti della marina (da piazza S. Restituta all’area della parrocchia di S. Maria delle Grazie) sono state rinvenute ceramiche altomedioevali sia bizantina che araba invetriata e tracce di abitazioni[III]. Le ceramiche altomedioevali sono in gran parte di produzione locale, infatti Pietro Monti afferma di a ver individuato tracce di officine di ceramica vicino piazza S. Restituta.

Da numerosi documenti risulta che a partire dal VI sec. vi fosse un monastero in località “Cemetara” (non lontano dall’attuale piazza Rosario). Sappiamo che agli inizi del IX sec. l’isola è oggetto di scorribande saracene, in alcune delle quali la basilica paleocristiana di S. Restituta venne distrutta (in questo periodo infatti le spoglie della patrona furono traslate a Napoli). La chiesa poi verrà parzialmente ricostruita dal conte Marino nel 1036 (egli costruirà una cappella sul luogo della navata destra della basilica paleocristiana), poi allargata da tale mons. Bussolaro verso la fine del XIV sec. con la costruzione di una cappella a sinistra di quella edificata dal conte Marino, mentre sappiamo per certo che verso il 1470 furono realizzati una serie di lavori di ristrutturazione ad opera di P. Pacifico da Sorrento[II].

A partire dal periodo altomedioevale il centro abitato principale dell’isola sarà sull’isolotto del Castello Aragonese, mentre il territorio di Lacco Ameno sarà un abitato complessivamente periferico. Ad epoca aragonese risale la Torre di Monte Vico, edificata come struttura adibita all’avvistamento di navi saracene, così come fatto in tutta l’isola (soprattutto nel comune di Forio).

 

Età Moderna: Dal Cinquecento all'Unità d'Italia

6Dall’inizio del Cinquecento ai primi decenni del Settecento l’isola, in quanto parte del Regno di Napoli, è sottoposta alla dominazione spagnola, mentre dal 1734 all’Unità d’Italia sarà parte del Regno Borbonico.

Già nel Cinquecento i casali dell’isola si sganciano definitivamente dalla giurisdizione della città d’Ischia con sede sul castello, per cui l’isola viene divisa in tre divisioni amministrative, dette università (Lacco apparteneva all’università del terzo assieme a Casamicciola, Barano e Fontana[II]). Durante il Cinquecento a Lacco Ameno si segnalano soprattutto: l’ampliamento della Chiesa dell’Annunziata, che diverrà a breve sede parrocchiale, a partire da una precedente cappella; la costruzione della chiesa di S. Rocco e l’edificazione di un convento dei padri carmelitani con annessa torre di fianco alla Chiesa di S. Restituta.

Il Seicento fu un periodo notevolmente fiorente per Lacco Ameno sia a livello economico, col prosperare di pesca e viticoltura, che a livello architettonico. Vi fu la costruzione di importanti chiese come quella di S. Maria delle Grazie, cappella privata della famiglia Monti, la bella e grande chiesa barocca del Rosario, di cui oggi restano poche rovine, a fianco della quale venne realizzata a fine secolo la Congrega dell’Assunta. Invece la Chiesa di Santa Restituta fu notevolmente ristrutturata ed ampliata a fine secolo con l’allargamento della cappella di sinistra. A livello di edilizia privata furono edificati un gran numero di palazzi signorili: il palazzo De Siano, luogo d’alloggio per persone illustri; il palazzo Monti-Ravello; il casale dell’Arbusto del duca d’Atri; il palazzo Manzo ed il palazzo Maltese. Purtroppo anche in questo secolo si susseguono eventi infausti, come il terremoto del 1622, lo sbarco cruento dei turchi nel 1635 e la peste del 1656.

Durante il Settecento non si annoverano avvenimenti di rilievo. L’Ottocento invece è un secolo ricco di eventi per Lacco. Durante la breve dominazione napoleonica ad opera di Gioacchino Murat si ricorda la cacciata dei carmelitani dal convento di S. Restituta, nel quale successivamente nel 1822 si insedieranno gli agostiniani seguiti nel periodo 1865-1875 dai serviti. L’epoca borbonica diede diverse infrastrutture all’isola: prima fra tutte il porto d’Ischia, mentre Lacco è interessata dalla strada borbonica, che dal Maio a Casamicciola giunge a Forio in località Monterone passando per Piazza Fango a Lacco. A proposito delle conseguenze sull’isola della caduta dei Borbone e dell’Unità d’Italia, il compianto Prof. Giovanni Castagna si espresse nei seguenti termini: “…resta comunque storicamente accertato che la caduta dei Borbone per Ischia fu un'altra calamità, oltre a determinare per quello che fu uno degli Stati più avanzati d'Europa una situazione di (pseudo)colonialismo, verificatasi un tempo per quei paesi che oggi sono detti del terzo mondo…”.

 

Età Contemporanea

7Gli anni successivi all’Unità d’Italia furono molto duri a livello economico per Lacco, che proprio in quegli anni assunse il bell’epiteto di “Ameno” aggiunto al preesistente nome di etimo incerto. Le casse comunali erano talmente vuote che, quando fu realizzato il cimitero presso la Torre di Monte Vico nel 1868, il muro di recinzione fu costruito con le pietre ricavate dall’abbattimento dei merli della Torre[II].

Evento catastrofico fu il celebre terremoto del 1883 che, oltre ad aver praticamente raso al suolo Casamicciola, distrusse quasi per intero le abitazioni di Lacco Ameno, causandovi centinaia di morti. I palazzi signorili crollarono, eccezion fatta per il palazzo Monti-Ravello e quello della famiglia Manzo; la Chiesa del Rosario crollò senza mai essere riedificata, mentre le Chiese di S. Restituta, dell’Assunta e S. Anna furono lesionate, ma ripristinate negli anni successivi, ad eccezion fatta per la chiesa di S. Maria delle Grazie restaurata solo nel 1944, momento a partire dal quale fu consacrata come sede parrocchiale. Strascico del terremoto furono i quartieri baraccali costruiti come provvisori, ma rimasti in piedi in forma di baracche quasi per intero fino agli anni ‘70, tra i quali il Rione Ortola nei pressi di piazza S. Restituta fu quello più consistente.

Nel 1898 si annovera la realizzazione del primo stabilimento termale del complesso della Regina Isabella, le cui fonti termali radioattive furono successivamente oggetto di ricerche scientifiche di insigni studiosi come Marie Curie.

Termalismo e turismo ebbero un grosso impulso a partire dall’inizio degli anni ‘50 ad opera dell’imprenditore cinematografico ed editore Angelo Rizzoli, che realizzò una serie di alberghi di lusso, tra i quali spicca il rinomato Albergo della Regina Isabella. Rizzoli, che dagli anni ‘50 fino alla fine della sua esistenza fece di Villa Arbusto la sua residenza estiva, ebbe il merito anche di costruire a sue spese l’unico ospedale dell’isola, dedicato alla moglie Anna. Quindi, in quegli anni di forte sviluppo non solo per l’isola ma per tutto il territorio nazionale, Lacco Ameno cambiò fisionomia: da un paese economicamente depresso di contadini e pescatori, divenne un’ambita meta turistica.

In quegli stessi anni ebbe inizio una grande opera di scavi archeologici e ricerche del compianto professore d’origini tedesche Giorgio Buchner, uno dei più grandi archeologi del secondo dopoguerra italiano, che scoprendo le vestigia pithecusane, portò alla luce un tassello fondamentale nel mosaico storico del Mediterraneo alto arcaico alle radici della nostra civiltà occidentale; opera cui si aggiunse quella dell’indimenticabile don Pietro Monti, singolare figura di prete-archeologo, che non solo portò alla luce a più riprese il complesso archeologico di S. Restituta, realizzandovi un affascinante museo, colmo di testimonianze archeologiche, ma fece tutta una meritoria opera di ricognizione nel territorio dell’Isola d’Ischia, raccogliendo le tracce degli insediamenti minori dalla preistoria all'età medievale, durante proficue passeggiate archeologiche o sopralluoghi in cantieri edili, riuscendo a recuperare tutta una serie di reperti destinati a perdersi per sempre.

Purtroppo lo sviluppo economico turistico dell’isola e quindi anche di Lacco Ameno ha avuto come risvolto negativo dagli anni ‘60 ad oggi un eccessivo, sregolato e selvaggio sviluppo edilizio, che ha portato alla costruzione di un numero eccessivo di immobili, con uno sviluppo edilizio che si è contraddistinto per non aver risparmiato angoli suggestivi o per vari motivi significativi del nostro territorio, che sarebbe stato opportuno salvaguardare.

Figura culturale e politica lacchese di rilievo fu Vincenzo Mennella, Insegnante di lettere prima e poi preside, sindaco a soli ventitré anni nel 1946 e da allora quasi ininterrottamente per quaranta anni. Grande merito di Mennella fu l’inizio dell’iter per l’acquisizione di Villa Arbusto, antica residenza del Duca d’Atri, a patrimonio comunale per farne un museo che raccogliesse le vestigia pithecusane. Il momento più alto dell’ultimo ventennio della storia lacchese è rappresentato dall’apertura, il 17 Aprile 1999, del Museo di Pithecusae a Villa Arbusto, scrigno di tesori archeologici inestimabili e custodia del patrimonio storico ischitano.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI